04/27/2017 Ivan Agatiello

Prigioni della Mente: Quel che resta di Quel che era

“Prigioni della Mente: Quel che resta di Quel che era”: è questo il titolo completo.
1 macchina fotografica, 2 obiettivi, 3 anni, 10 manicomi, 1 pizzico di follia e 285 fotografie.
Ogni reportage è stato un confronto: con se stessi, con la propria cultura.
Ogni reportage è stata una scoperta: di cosa siamo, di come siamo.
Ogni reportage è stata una storia ogni volta diversa: di uomini, di metodi, di passioni, di ambienti. Di sentimenti.
Ogni reportage è stata una crescita: prima come uomo, poi come fotografo.

Come è nato? Per curiosità. Per un senso di sfida innato verso tutto ciò che appare inesplorato. E per la passione verso quei racconti che nessuno vuole ascoltare, che è meglio non sentire.

Sono stato a Colorno, dove Basaglia diede avvio al progetto che avrebbe portato alla chiusura di quelle “prigioni”: è stato impressionante scoprire quanti nomi riempiono i registri depositati al suo interno. Vite. Anime.
Sono stato a Ferrara, dove non corre più alcun fanciullo: un Ospedale Psichiatrico Infantile di cui resta ben poco: la storia vuole che misteriosamente, poco prima della chiusura dell’Istituto, tutti i bambini abbiano trovato la morte tra quelle mura. Un incendio, o un’epidemia: nessuno lo sa.
Sono stato a Reggio Emilia, dove le sbarre testimoniano la vita di coloro che affrontarono tra quelle celle le conseguenze dei loro atti: un manicomio criminale.
Sono stato a Mombello, dove il duce Benito Mussolini fece internare suo figlio, Benito Albino, come anche la madre che lo aveva partorito.
Sono stato a Volterra, dove due artigiani ricordano ancora di quando, da bambini, furono inseguiti nel parco dell’Ospedale Psichiatrico da Alda Merini, mentre tentava di difendere il diritto alla vita degli uccelli del bosco, vittime dei colpi di fionda dei due ragazzi.
Sono stato a Racconigi, dove il numero di ricoverati tra uomini e donne durante le guerre, non fu mai meno di mille.
Sono stato a Teramo, l’immenso Istituto del centro-sud Italia, che ebbe come prima “ospite”, nel Marzo del 1919, una donna cinquantenne, “colpevole” del dolore manifestato per esser diventata vedova.
E siamo stati in altri luoghi, con altri segreti: io ed una macchina fotografica.

E’ stato un viaggio di 3 anni lungo tutta la penisola italiana. E non si è ancora fermato. Dopo le pubblicazioni su La Repubblica e numerose altre testate giornalistiche, l’opera è diventata una mostra in collaborazione con i luoghi della cultura del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali: l’ex opg di Napoli, il Museo della Psichiatria di Reggio Emilia, il Castello di Racconigi, Palazzo Lanfranchi di Matera, l’Archivio di Stato a Roma. Passo dopo passo “Prigioni della Mente” torna a raccontare una storia dimenticata, torna a far luce su un periodo buio del nostro paese.
Senza troppe parole: con il silenzio di alcune fotografie.

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