“Light’s Tale”: se uno spot diventa un racconto

“Light’s Tale – From Bright Roads” è nato così, quasi per caso. E’ nato come un viaggio, come un ritrovo tra amici nella terra d’infanzia. E’ nato come frutto di due passioni: la fotografia, la regia.
Da tempo cercavo di esprimere il mio legame con la mia Terra, la Basilicata, tentando di inserirla in un racconto che parlasse di me, di dove sono nato, di dove sto andando. Cercavo di spiegare, di spiegarmi: cercavo il modo di rivelare chi sono, quali strade ho percorso e quale meta provo a raggiungere. Cercavo qualcosa di semplice: “Sono Ivan, sono nato in Basilicata e sogno di diventare un fotografo”.

Sembra incredibile, ma la verità è che ti capita di trovare quello che cerchi quando smetti di cercarlo.

E così, un viaggio in una terra poco conosciuta, con la guida di un buon compagno, è diventato il racconto che desideravo scrivere. Grazie a Gianluca D’Elia, abile video maker, eccezionale regista e amico fantastico, una gita fuori porta si è trasformata nella vetrina migliore che potessi desiderare. Lui mi ha chiesto soltanto di fare quello che più mi viene naturale: fotografare. E con la maestria di chi ha capito, di chi sa come muoversi e già “sente” il risultato, ha saputo cogliere momenti, dettagli ed immagini che parlassero per me e di me. Ha scelto i luoghi, le luci e le scene e le ha sapientemente montate per rendere concreta quella semplice frase: “Sono Ivan, sono nato in Basilicata e sogno di diventare un fotografo”.

Scrivere poi il testo che spiegasse le immagini è stato facile: mi bastava parlare di quello che sentivo dentro e che Gianluca aveva reso visibile.
Così è nato Light’s Tale: come uno spot, come un racconto, uno storytelling.

Poi però è successo qualcosa. Qualcosa che non mi aspettavo, che non ho ancora ben capito. Qualche giorno dopo, l’opera è stata scelta da un giornalista de “La Repubblica”, per mostrare al mondo il fascino della nostra terra natìa: la Basilicata. In sole 24 ore, il video ha contato più di 100000 visualizzazioni, girando in lungo ed in largo per il web, approdando sul sito ufficiale di Radio Deejay e su svariati altri canali di informazione. Senza una ragione particolare, “Light’s Tale – From Bright Roads” era diventata una vetrina per un’intera Regione, per una cultura, per una popolazione. Per qualche giorno in tanti sono tornati a parlare della Basilicata, delle sue meraviglie, dei suoi scorci. E se è vero che quest’opera è nata soltanto con l’intento di raccontare me stesso, è vero anche che è stato un onore immenso scoprire che sia servita a fare molto di più: raccontare della mia Terra.

Probabilmente qualcuno non avrà apprezzato l’uso dell’inglese, altri la presenza costante di una macchina fotografica, ma la questione non è importante, perché se l’effetto è stato quello di far scoprire la bellezza del luogo in cui sono nato, anche ad un solo uomo che ne ignorasse l’esistenza, allora posso affermare di aver vinto.

A me, tanto basta.
In fondo, era solo uno spot.

(Per le altre opere di Gianluca D’Elia: https://vimeo.com/gianlucadelia )

Light’s Tale – From Bright Roads

“Piccolo…a 70 anni”

E’ vero che il Mondo è piccolo. Che ci si incontra anche senza programmi.

Io l’ho incontrato tre volte, oggi. Un Piccolo, in un Mondo piccolo.

Questa mattina, su un autobus, tra le parole di una Mamma che mi ringraziava per aver asciugato le lacrime di suo figlio inventando una storia di fiori, sogni e farfalle: “Lei sembra uscito da quel libro…spero di incontrare ancora qualcuno come Lei…”.
Questo pomeriggio, in un articolo di giornale che celebrava la sua vecchiaia: 70 anni dalla sua prima apparizione.
Questa sera, dentro un ristorante, tra le mani di un uomo distinto, ben vestito, barba curata e quell’odore di colonia maturo, familiare, paterno.

Ricci biondi e liberi. Così appare, anche adesso, anche quando la vecchiaia dovrebbe aver inghiottito ogni suo entusiasmo.
Così l’ho incontrato, negli occhi di quella Madre, tra le parole di quello scritto, tra quelle mani un po’ vissute.
Il Piccolo Principe.
Era lì fuori, sulla mia strada. Ed era in me, sotto la mia pelle.

Alle volte me lo ricordano: gli somiglio, dicono.
E mi pare di capire che sia una critica, un limite. Mio.

Credo sia per via di quella strana capacità che uno si ritrova, di sognare ad occhi aperti, di restare sempre a qualche millimetro dall’asfalto, di aggiungere un pizzico di follia ad una realtà sempre troppo insipida. Credo sia per quella voglia innata di alleggerire il peso delle cose, di togliere un briciolo di serietà ai momenti quotidiani, che non è superficialità, ve lo assicuro. O dev’essere per quel modo strano di vivere gli eventi, un po’ in disparte, ad inseguire strade che per molti non ci sono, che sono favole. Come spieghi a chi è abituato a guardare, che ci sono cose che gli occhi non possono vedere? Come spieghi a chi ha bisogno di riempirsi di parole, che ci sono cose che devi sentire, non ascoltare?
Credo sia anche per quella naturale passione verso il “nuovo”: ogni bivio un entusiasmo, ogni incontro un’avventura. Sì, come i bambini.
E su tutto. E più di tutto. Pura e dilagante passione. Nessuna ragione. Gli occhi lucidi di fronte ad una fotografia, il cuore in gola per una parola sussurrata bene, un’esplosione nello stomaco per la sorpresa di un’emozione, il sangue caldo per l’abbraccio che aspettavi da sempre. L’istinto: tutto Te stesso in ogni singolo momento. Credo sia questo. E credo sia molto di più. Credo non bastino le parole.

Prendete quell’Uomo, dentro quel ristorante: il suo abito elegante, una vita alle spalle, la carriera ideale, qualche Donna amata, qualcun’altra comprata, l’auto migliore, il week-end in montagna, un buon estratto conto e l’appartamento in pieno centro.
E quel libro per le mani. Un bambino che hai bisogno di incontrare, finalmente. Perché sei solo. Perché vorresti saper piangere, ma non ne sei capace. Perché a furia di rincorrere la cosa giusta, ti si è inaridito il cuore.
Ecco cos’è, davvero, il Piccolo Principe: è uno schiaffo. Ed è una liberazione. Perché con una gomma svuota il tuo castello grigio piombo. E con una matita ridisegna la finestra dalla quale ogni giorno guardi il mondo.

E’ la stessa finestra di ieri. Ma oggi è piena di fiori. E si affaccia sul Mare.

Piccolo...a 70 anni

“Primo Passo”

Primo Aprile. Primo articolo. Primo passo.

E non potevo che cominciare dall’inizio, dalla prima macchina fotografica, quella vecchia, minuscola, un pò rovinata. Dimenticata (o custodita) in un cassetto del salotto di casa. Comet Bencini – made in italy – ben leggibile, su un misto di nero ed argento opaco. Era stata la macchina fotografica di mio padre, della sua giovinezza, dei suoi viaggi, del diventare genitore, dei primi sorrisi dei suoi figli. “La migliore” direbbe Lui. In effetti, a giudicare da quelle foto un pò retrò tirate fuori da una pellicola 127 mm, deve aver dato grandi soddisfazioni. Così ho cominciato: guardare il mondo attraverso quel minuscolo foro è stato prima un gioco, poi una passione. Adesso è una scelta. E nonostante tutta la tecnologia a portata di mano, i corpi macchina, i super obiettivi, i filtri, i file raw, la post produzione, i flash, gli zaini pieni zeppi di strumenti, non posso mai fare a meno di sbirciare prima il mondo da quel mirino infinitamente piccolo. Perchè così ho cominciato, perché mi fa sentire vero, lontano dagli schemi, dalle regole, dalle perfezioni (che diciamocelo, sono insopportabili: quando abbiamo smesso di meravigliarci davanti alle imperfezioni? quando abbiamo smesso di innamorarci dei difetti? quand’è che abbiamo rinunciato al particolare unico per scegliere questa bellezza conforme ad uno standard? Soprattutto, perché l’abbiamo fatto?).

E’ cominciato così questo viaggio: un punto di partenza, un itinerario pieno di improvvisazioni e mille mete diverse.

“Partiamo”Comet Bencini

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